In Albania sono in corso proteste di massa quotidiane da circa un mese, nate inizialmente contro la costruzione di un maxi-resort di lusso pianificato da una società legata a Jared Kushner (genero di Donald Trump) e poi trasformatesi in una mobilitazione nazionale contro la corruzione e il governo del premier Edi Rama.
Lo slogan “L’Albania non è in vendita” unisce attivisti, studenti e famiglie. La piazza accusa il governo di svendere il patrimonio naturale nazionale a investitori stranieri per scopi privati.
La dignità del popolo albanese si fonda su secoli di resistenza culturale, sul valore sacro dell’ospitalità e sul riscatto sociale ottenuto dopo lunghi periodi di isolamento politico e persecuzioni economiche. Nonostante i profondi traumi storici, la società albanese ha preservato un’identità fiera fondata su codici etici tradizionali e su una straordinaria determinazione al miglioramento.
Conosco questo popolo, l’ho frequentato in passato, lo frequento ancora e provo una profonda ammirazione per il loro coraggio e la loro storia. Negli anni ’90, ero un ragazzino di scuola media, e un parroco di Castellammare di Stabia, don Paolo Cecere, accolse nella sua parrocchia molti profughi che approdarono nelle nostre terre. Tra quella gente, poi sono diventato amico di Elvis e ci siamo frequentati per parecchio tempo, anche perché con la Caritas diocesana ci siamo illusi di andare nella terra delle due aquile a costruire civiltà e evengializzare. Siamo partiti come missionari ma sono tornato sempre più arricchito. Nel 2004 ho messo piede per la prima volta in Albania, a Maminas, proprio dove viveva Elvis. La mia Diocesi era proprietaria di una casa su questo territorio che fungeva da base operativa in estate per i campi di volontariato e durante l’anno era una scuola dell’infanzia per i bambini del posto. Con altri volontari della caritas offrivamo supporto educativo e ricreativo, animando in particolare una ludoteca locale per i bambini e i ragazzi del villaggio. Mi appassionai a quella esperienza e l’anno dopo organizzai con i ragazzi di Arola e di Pimonte. E poi gli anni successivi con altri giovani delle parrocchie dove venivo inviato come seminarista, diacono e prete. Ne venne fuori un gruppo di volontari pro Albania. Spinto dalla passione di questi giovani ci avventurammo in altre esperienze sul posto e ci spostammo a Romanat, un villaggio a metà strada tra Durazzo e Tirana. Qui abbiamo toccato con mano la dignità di questo popolo e la tenacia nel rialzarsi. C’era una scuola in questo territorio ma non c’erano i servizi igienici perché non c’era acqua o meglio non c’era una rete idica. Era il 2006. Il direttore della scuola era la faccia di quell’Albania che oggi è venuta alla ribalta per la rivolta di protesta contro i poteri occidentali. Quando, insieme a don Michele abbiamo conosciuto il direttore della scuola, senza mezzi termini ci chiese la costruzione di un pozzo all’interno della scuola per costruire quella rete idrica necessaria e fondamentale. Partì allora una iniziativa di raccolta fondi fatta da quei giovani italiani che erano invogliati a fare del bene in quella terra. Non tanto per evangelizzare o portare civiltà ma semplicemente per empatizzare con un popolo straordinario. Abbiamo trivellato il pozzo, costruito bagni e anche altre aule ma sopratttutto ci siamo arricchiti della loro ospitalità e dei loro principi etici. Al contrario di altri popoli balcanici, l’albanesità supera le divisioni tra musulmani, cattolici e ortodossi. Il celebre motto del poeta Pashko Vasa recita infatti: “La fede degli albanesi è l’albanesità”. L’albanesità (in lingua albanese: Shqiptaria) indica l’identità culturale, linguistica e storica del popolo albanese, indipendentemente dai confini geografici o religiosi. È il concetto tradizionale della “parola data” e dell’ospitalità sacra. Rappresenta un pilastro morale che impone di proteggere l’ospite a costo della propria vita. Oggi ho una sorella di sangue, Annamaria, che vive da oltre 10 anni al nord dell’Albania, a Puke. Ha conosciuto questa terra, quando dopo la morte di papà, ha voluto conoscere chi e cosa aveva cambiato il cuore di nostro padre. Infatti, papà mi ha accompagnato quì tra il 2006 e il 2009. Annamaria, oggi sister Lavigna, è rimasta affascinata dal servizio delle suore di Madre TERESA DI CALCUTTA, le missionarie della carità, tanto da aderire poi alla loro missione, ancora oggi.

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