La resa pedagogica dello stato


Quando ero parroco nel rione dell’acqua della Madonna a Castellammare di Stabia, un gruppo di ragazzini avevo piazzato delle porte da calcio sull’arenile stabiese perché non c’era spazio sufficiente nel quartiere per aggregare i ragazzi. Una notte di ottobre come formichine le sollevarono dalla spiaggia adibita a campetto pubblico e se le portarono in un vicolo di Santa Caterina, le avevano nascoste per avere l’esclusiva di usarle e renderle proprietà privata. 

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La cosa assurda è che così non le avrebbero potute usare, né loro né nessun altro, perché non c’era spazio. Ci misi poco a ritrovarle. 

Ci misi molto tempo a tirarne qualcuno fuori dalla criminalità. Oggi quei ragazzi sono diventati adulti, qualcuno si è salvato, qualcuno delinque, qualcun altro arranga, e c’è chi ha fatto carriera criminale e chi è finito in carcere o morto ammazzato.

Ci ho provato, e oggi da educatore vedo riforme di uno stato che getta la spugna nell’educazione dei ragazzi e rinuncia alla prevenzione della devianza minorile.

La giustizia minorile nasce con il presupposto che l’adolescente sia un soggetto in fase di sviluppo psicofisico e che l’intervento statale debba avere una funzione primariamente educativa e riabilitativa, non punitiva.

I trattati internazionali sulla giustizia minorile (come le Regole di Pechino delle Nazioni Unite e la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia) raccomandano di non assimilare il processo penale del minore a quello dell’adulto. Presumere per legge che un quattordicenne ragioni con la stessa struttura cognitiva e autocontrollo di un adulto rischia di ignorare la fisiologica immaturità emotiva e decisionale tipica dell’adolescenza. È fisiologico che la corteccia prefrontale (deputata al controllo degli impulsi, al calcolo dei rischi e alla valutazione delle conseguenze a lungo termine) non completa lo sviluppo prima dei 20-22 anni.

La combinazione tra questo DDL e le misure introdotte in precedenza con il Decreto Caivano (maggior facilità di applicazione della custodia cautelare) rischia di aumentare il numero di ingressi negli IPM, strutture già spesso vicine al limite della capienza. Sposta l’asse degli interventi dalle misure alternative e di comunità (messa alla prova, percorsi educativi) verso la sola risposta detentiva.

Mentre il legislatore cerca di rispondere al fenomeno della criminalità giovanile coordinata e violenta ponendo il minore davanti alle proprie responsabilità, la giurisprudenza minorile teme che trasformare la “non maturità” da regola di indagine a semplice eccezione difensiva impoverisca la tutela costituzionale riservata alla protezione dell’infanzia e della gioventù (Art. 31 della Costituzione).

Da educatore davanti a provvedimenti di questo tipo provo una profonda spaccatura interiore: da una parte c’è l’impatto con la realtà cruda dei fatti — il dolore delle vittime, le ferite delle comunità, il senso di smarrimento di fronte ad atti violenti compiuti da ragazzini; dall’altra c’è la consapevolezza pedagogica di chi sia, davvero, un adolescente di quattordici o sedici anni.

Oggi i ragazzi hanno un accesso all’informazione, al linguaggio e al mondo adulto immensamente superiore rispetto alle generazioni passate. Sembrano “svegli”, spesso spregiudicati. Ma la precocità sociale non è maturità emotiva.

L’adolescenza è, per definizione neurobiologica e psicologica, il tempo dell’impulsività, della ricerca del limite, della vulnerabilità alla pressione dei pari. Presumere per legge che a 14 anni si possegga la piena capacità di soppesare il valore causale e le conseguenze delle proprie azioni significa fare un salto logico pericoloso: si scambia la familiarità con i codici del mondo adulto con la reale capacità di autoregolarsi.

Come educatori non sosteniamo mai l’impunità. L’assenza di confini e di conseguenze è il peggior servizio che si possa fare a un ragazzo in crescita: il senso del limite è un bisogno evolutivo. Tuttavia, la risposta pedagogica al reato minorile non è la punizione contabile, ma la responsabilizzazione.

La punizione pura dice al ragazzo: “Hai sbagliato, adesso paghi una quota di tempo in una cella.”Questo genera spesso risentimento, identificazione con la subcultura criminale e recidiva.

La risposta educativa dice al ragazzo: “Hai fatto un danno reale. Ora ti guardi allo specchio, capisci cosa hai distrutto e te ne prendi carico attraverso un percorso.”

Il rischio di un’impostazione puramente sanzionatoria o presuntiva è quello di rinunciare in partenza al recupero, etichettando precocemente il minore come “strutturato” o “irrecuperabile”, trasformando la risposta dello Stato in una resa pedagogica.

Quando un quattordicenne commette un reato grave, la domanda vera — che le aule di tribunale faticano a porsi, ma che noi viviamo ogni giorno sul campo — è: dov’era il mondo adulto attorno a lui?

Dietro quasi ogni storia di devianza giovanile ci sono solitudini abissali, famiglie fragili o assenti, contesti di povertà educativa, territori sguarniti di spazi di aggregazione e scuole lasciate sole. Spostare il baricentro dell’imputabilità interamente sul minore rischia di diventare un comodo alibi per la società: si punisce il sintomo (il ragazzo) per non doversi fare carico della malattia (il fallimento dell’alleanza educativa tra famiglie, scuola, territorio e istituzioni).

L’educazione non vive di scorciatoie né di automatismi giuridici. Un ragazzo che sbaglia va fermato, contenuto e messo di fronte alla gravità delle sue azioni, ma non va mai “definita” la sua identità dal suo errore. La sfida vera non è rendere più facile l’ingresso in carcere di un adolescente, ma rendere ineludibile il suo percorso di ricostruzione come cittadino.

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