| Ieri sera ci siamo ritrovati a Rivalta, al filo d’erba. Il clan fuoco la rupe del Rivoli 2, mi ha invitato a conclusione del capitolo sulla Salutr mentale. L’incontro ha affrontato il rapporto tra salute mentale, paura del futuro, dipendenze e prevenzione del suicidio, con particolare attenzione alle esperienze dei giovani. Il confronto ha sostenuto la necessità di creare spazi sicuri in cui il disagio possa essere espresso senza stigma e senza essere interpretato esclusivamente come una responsabilità individuale. Frank Fossati ha presentato il podcast Manuale del giovane di successo, nato dalla propria esperienza di incertezza dopo la maturità e sviluppato attraverso il confronto con giovani, adulti e professionisti. Il progetto mette in discussione l’idea secondo cui il successo dipenderebbe soltanto dalla performance personale, mostrando invece che anche persone apparentemente realizzate possono vivere ansia, disorientamento e paura del futuro. Il disagio è stato descritto come un fenomeno che supera la dimensione individuale quando coinvolge fasce ampie della popolazione. Tra i fattori sociali richiamati figurano la precarietà del lavoro, la perdita di riferimenti e la difficoltà di individuare percorsi di studio o professionali realmente sentiti. È stato inoltre citato il fenomeno dei NEET, sottolineando che una condizione di sofferenza o disallineamento può riguardare anche chi studia o lavora formalmente. I cerchi di parola proposti da Fossati non hanno l’obiettivo di stabilire una verità unica o di fornire risposte immediate. La loro funzione è favorire l’ascolto e la condivisione in prima persona, permettendo ai partecipanti di riconoscere esperienze comuni e di ridurre il senso di isolamento. Poi è toccato a me, nel proporre una riflessione su Dipendenze, Gioco d’azzardo e comportamenti a rischio. Ho raccontato la mia trasformazione nell’esperienza educativa al Gruppo Abele e nel lavoro sulle dipendenze. Una dipendenza nasce spesso da un malessere che non è stato riconosciuto o affrontato. Di conseguenza, gli interventi dovrebbero concentrarsi su ascolto, educazione e accompagnamento, evitando di ridurre la difficoltà a una colpa personale o di rispondere prevalentemente attraverso la repressione. Di conseguenza il gioco d’azzardo è un fenomeno ampiamente diffuso, alimentato sia dall’offerta online sia da quella fisica. Il suo sviluppo può passare dalla vincita iniziale alle perdite, dalla disperazione alla richiesta di aiuto, fino alla ricostruzione e a una possibile rinascita. Le conseguenze coinvolgono la situazione economica, i rapporti familiari e l’equilibrio psicologico, con un rischio suicidario particolarmente elevato. Sono stati inoltre discussi i legami tra dipendenza da smartphone, isolamento e difficoltà a mantenere un rapporto consapevole con l’ambiente. Challenge, abbuffate, abuso di alcol, atti vandalici e altre condotte trasgressive possono rappresentare tentativi di anestetizzare la sofferenza o di ricercare sensazioni intense. Comprenderne le cause non significa giustificarle, ma consente di intervenire sul disagio sottostante. Poi è intervenuta Rocchina Stoppelli che gelato tutti con la sua storia. Ha raccontato la nascita de La Tazza Blu, fondata nel 2018 in memoria della figlia Giulia, morta suicida prima dei 17 anni. L’associazione mira a trasformare una tragedia familiare in un impegno pubblico, aiutando soprattutto i giovani a riconoscere il proprio dolore e a trovare le parole per comunicarlo.È stato evidenziato il peso del tabù che circonda il suicidio e la salute mentale. La prospettiva dell’associazione considera le persone morte per suicidio come vittime di una sofferenza psichica estrema, più che come protagoniste di una scelta pienamente libera. Ne deriva la necessità di affrontare il suicidio come una questione sociale e istituzionale, non come un problema confinato alla famiglia. Servizi, scuole e istituzioni, la Tazza Blu mette a disposizione una chat gratuita gestita da psicologhe e professionisti e svolge attività di informazione e ascolto nelle scuole. Il progetto Teen Aid o PNAID interviene negli istituti dopo un suicidio per sostenere studenti e insegnanti, favorire l’elaborazione del lutto e prevenire ulteriori situazioni di rischio. È stata criticata la tendenza di alcune istituzioni scolastiche a evitare l’argomento per timore di non saperlo affrontare. Il confronto guidato da esperti è stato invece indicato come uno strumento di prevenzione: il silenzio può lasciare spazio a idealizzazioni, incomprensioni e difficoltà nel chiedere aiuto. L’associazione ha sollecitato le istituzioni nazionali a riconoscere il suicidio nei discorsi pubblici e nei programmi di salute mentale. L’inserimento della prevenzione del suicidio nel Piano nazionale della salute mentale 2025-2030 è stato considerato un passo importante, pur in presenza di un percorso ancora incompleto. Nei laboratori e nelle cerchie di parola, i giovani hanno espresso soprattutto paura del giudizio e la convinzione che gli adulti non possano comprendere la loro esperienza. Gli incontri, organizzati in scuole, centri giovanili, parchi e altri luoghi della comunità, hanno mostrato che ascoltare ed essere ascoltati può generare sollievo, fiducia e coraggio.Tra le forme di sofferenza emerse figurano il senso di fallimento, la perdita del valore personale, il ritiro sociale e il fenomeno degli hikikomori. La risposta proposta non consiste nel giustificare ogni comportamento, ma nel costruire condizioni di ascolto capaci di individuare il dolore prima che si trasformi in isolamento, dipendenza o condotta pericolosa. L’incontro si è concluso sulla necessità di integrare prevenzione, educazione, ascolto e responsabilità condivisa. Giovani, famiglie, scuole, professionisti, associazioni e istituzioni sono chiamati a costruire reti accessibili e continuative, nelle quali sia possibile nominare apertamente il disagio. Resta aperta la sfida di rendere stabile il riconoscimento istituzionale della prevenzione del suicidio, superare le resistenze scolastiche e garantire interventi tempestivi sulle dipendenze e sui comportamenti a rischio. Il principio comune emerso è che la sofferenza non debba essere affrontata come una colpa individuale, ma come una condizione che richiede ascolto competente, accompagnamento e impegno collettivo. |


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