Così cantava Giorgio Gaber:
“C’è solo la strada su cui puoi contare
La strada è l’unica salvezza
C’è solo la voglia e il bisogno di uscire
Di esporsi nella strada e nella piazza
Perché il giudizio universale
Non passa per le case
Le case dove noi ci nascondiamo
Bisogna ritornare nella strada
Nella strada per conoscere chi siamo”

Gaber cantava la strada come luogo di verità, di esposizione e di scoperta autentica dell’io contro la chiusura protettiva e alienante delle “case”. Ma la domanda educativa radicale che oggi dobbiamo porci, come adulti, educatori e comunità, è:
Quale “strada” stiamo offrendo ai nostri ragazzi?
E soprattutto, che cosa accade quando la strada cessa di essere luogo di incontro e diventa teatro di affermazione violenta, branco e ricerca disperata di visibilità?
Partiamo dal fenomeno “maranza”, nato nel gergo giovanile lombardo per indicare gruppi di adolescenti (principalmente di seconda generazione o periferici) caratterizzati da una forte estetica streetwear (tute firmate, borselli a tracolla, capelli rasati ai lati), non è solo una questione di stile o di genere musicale (drill e trap). Da un punto di vista pedagogico, il fenomeno rappresenta un sintomo.
Il bisogno di visibilità e riconoscimento
Molti di questi ragazzi vivono in periferie urbane dove il senso di futuro appare opaco, le istituzioni distanti e le opportunità di mobilità sociale ridotte. Essere “qualcuno” in una società dell’immagine richiede di farsi notare. La divisa del maranza è un’uniforme di appartenenza: serve a dire “Io esisto, noi esistiamo, e voi ci dovete guardare”.
La trasgressione come identità:
Spesso la violenza o la micro-aggressività non nascono da un disegno criminale strutturato, ma da una deriva ludica e performativa. Si cerca il brivido, la rissa registrata con lo smartphone, la provocazione alle forze dell’ordine o ai coetanei per accumulare “hype” e consenso digitale.
Gaber invocava la strada come spazio di crescita, di confronto politico e civile, di democrazia vissuta. Oggi, la strada e la piazza (da Corso Como a Milano ai Murazzi o alle stazioni di Torino) rischiano di trasformarsi in territori di conquista simbolica privi di contenuti ideali.
La strada contemporanea è raddoppiata dallo schermo dello smartphone. Non si vive più l’anonimato o l’intimità dello spazio pubblico; tutto viene mediato, spettacolarizzato e gamificato. La violenza diventa contenuto virale.
Paradossalmente, i ragazzi che si muovono in gruppo a Milano o Torino sono profondamente soli. Il branco offre una protesi identitaria fortissima: ti dà coraggio, ti protegge dalla paura del fallimento, cancella la responsabilità individuale. Ma dentro il branco non c’è vera relazione; c’è una conformazione coatta in cui la fragilità personale viene mascherata da un’aggressività esibita.
Trattare il fenomeno esclusivamente come ordine pubblico, invocando pene più severe, Dasport urbani o criminalizzando un intero stile giovanile non serve a niente. La repressione gestisce l’emergenza, ma non educherà mai nessuno.
Dietro l’atteggiamento spavaldo di un adolescente che sfida l’autorità c’è quasi sempre un profondo vuoto di senso, una fatica enorme a gestire la frustrazione e una mancanza di adulti autorevoli capaci di porre confini sani. Il confine non è punizione; il confine è la forma concreta con cui diciamo al ragazzo: “Tu vali troppo per permetterti di distruggere e di distruggerti così”.
Le nostre città Torino, oggi per me, ma vale per Milano, Bologna, Roma, Napoili… hanno bisogno di moltiplicare i presidi di comunità. Non basta recintare le piazze o militarizzarle. Bisogna riempirle di opportunità: spazi culturali vivi, centri di aggregazione giovanile aperti e attrattivi, educazione di strada professionale che sappia agganciare i ragazzi prima che il disagio si traduca in reato.
Il compito educativo odierno è fare in modo che la strada torni a essere una palestra di umanità e non una giungla urbana.
Don Ciotti denuncia da sempre il rischio dell’indifferenza e del giudizio sommarie da salotto: gli adulti si nascondono dentro le proprie certezze, osservano il disagio giovanile attraverso i video sui social o la cronaca nera, e chiedono a gran voce solo risposte repressive (militarizzazione dei quartieri, Daspo, carcere facilitato per i minori).
Don Luigi Ciotti: “La rabbia dei giovani va ascoltata” | lavialibera https://lavialibera.it/it-schede-2144-don_luigi_ciotti_giovani_periferie_rabbia
Dobbiamo aiutare i “maranza” — e tutti i giovani smarriti di questa generazione — a scoprire che l’orgoglio di esistere non ha bisogno di prevaricazione, che la forza non risiede nell’intimidazione del debole, e che il vero coraggio non sta nel fare branco, ma nel costruire la propria unicità alla luce del sole.
Non possiamo aspettare che i ragazzi entrino nelle nostre parrocchie, nelle sale civiche o nelle scuole. Dobbiamo “ritornare nella strada”, stare nei luoghi informali dove i ragazzi si radunano, senza pregiudizi né divise, pronti ad ascoltare prima di giudicare.
La violenza è spesso un tentativo distorto di cercare senso ed emozioni forti. Educare significa proporre un’alternativa più affascinante: la trasgressione del prendersi cura, della lotta per i diritti, del riscatto sociale sociale vero e non fittizio.
La strada resta l’unica salvezza solo se sappiamo trasformarla da luogo di scontro a luogo di alleanza tra generazioni.
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