Qualche giorno fa ho raccontato “nel faro” in un podcast che dà voce a chi ha lottato contro le dipendenza la mia rinascita dopo l’esperienza angosciante dell’uscita della pratica ministeriale del sacerdozio. Il podcast che uscirà a giorni è ambientato in un faro immaginario dove si raccontano storie vere di chi ha combattuto contro la tossicodipendenza ed è riuscito ad uscirne, di chi ha trovato la rotta verso una nuova vita. Oggi è uscita quella di Mario che ho aiutato nel suo percorso di cura ed oggi Mario rappresenta una luce accesa nell’oscurità, una sentinella come quella raccontata dal profeta Isaia interrogato dai passanti attanagliati dall’oscurità della notte: Custos quid nocte? https://www.instagram.com/reel/DLxd3hAMw95/?igsh=MTBvOHplZjY0cXFsNQ==Mario racconta spesso che quando è venuto a conoscenza della mia storia ha trovato la forza per uscire dal buio della dipendenza del gioco d’azzardo e si è convinto di una cosa: “Se questo prete che ha perso tutto è riuscito a rinascere ce la posso fare anch’io!
A quel punto gli ideatori del Podcast hanno ritenuto necessario che la mia testimonianza di fallimento fosse una luce nella notte perché parla di fragilità, angoscia, incomprensione, vergogna imbarazzo, lotta interiore, coraggio e resilienza. Ho accettato allora l’invito come “curatore ferito” e credo che anche dalla vicenda di don Matteo dovremmo imparare a raccontare le nostre inquietudini che la chiesa spesso guarda con imbarazzo e incapacità di “prendere per mano”.
La mia crisi come la crisi di qualsiasi prete che vive in maniera autentica il suo ministero è uno “stato permanente” di inquietudine. Della mia storia è stato raccontato lo scoop e solo pochi conoscono il malessere che ha preceduto la rinuncia al celibato. E di quel malessere si deve avere il coraggio di parlare senza tonaca, nella nudità. Ho visto come tanti preti hanno voluto scrivere e commentare la vicenda di don Matteo. Ho letto tante riflessioni toccanti, profonde, sincere. Ma perché non raccontare anche il proprio disagio, la fatica, la solitudine, l’angoscia? Forse il rischio di perdere quel potere angelico spegnerebbe le luci dello show?

Eh già!!!
Come mi ha detto Enrico: Quando le Luci del Sacerdozio si spengono, quelle della coscienza rimangono accese.
Forse un prete che si toglie la vita è come un prete che lascia la tonaca. “Può ancora
credere in qualcosa di così fondamentale come il valore della vita? È quasi istintivo pensare: “Ha tradito una promessa sacra, figurati se non tradisce anche i valori più basilari”
La scelta di lasciare il sacerdozio è
stata per me e per chi mi vuole bene un terremoto personale, un crollo di certezze, un atto di rottura profonda con un percorso che sembrava scolpito nel marmo. Uno shock…
Uno che aveva scelto di dedicare la sua esistenza a Dio, ai quartieri più disperati, con tutti isacrifici che questo comporta, si porta dentro di sé un profondo rispetto e amore per la vita in ogni sua forma.
Ho interpretato il mio sacerdozio soprattutto schierato dalla parte del più debole, dell’innocente.
Quel rispetto, quell’amore per l’ultimo della fila non si volatilizza con la tonaca appesa al chiodo.
Al contrario, sembra strano ma se vado fino in fondo nella mia riflessione, pare essersi
rafforzato, come liberato da schemi, da ruoli precostituiti, da parole che devono essere dette perché sono state sempre dette così, perché quelle sono “le parole del prete”, per tornare a una verità più intima e personale.
E qui viene il punto cruciale: perché di fronte alla tentazione di una scelta egoistica, quella di restare nel sacerdozio mascherandola con il pretesto di salvare tanta gente, bambini, famiglie,
anziani, insomma di operare per il bene altrui, non ho scelto l’aborto per mio figlio?
La risposta è proprio qui, nella “verità più profonda” di questo ex prete. Quella scelta, per quanto dolorosa e complessa, è stata dettata da una crisi, da un’onestà forse brutale ma necessaria verso me stesso. Non è stata una fuga dai valori, ma una ricerca di una coerenza diversa, di una vita più autentica.
Se un uomo ha scelto la via più dura per essere sincero con sé stesso, è plausibile che quella stessa onestà lo guidi anche di fronte a un figlio in arrivo. Non è ipocrisia, è coerenza feroce con la sua nuova, difficile, verità.
La mia coscienza anche offuscata dalla paura e dall’angoscia della “fine del mio mondo” ha sempre sentito che non poteva permettersi di toccare la vita nascente. Sarebbe stato come togliere il pane di bocca a un affamato, privare dell’acqua all’assetato, condannare un innocente
che non aveva chiesto di venire alla luce.
Quante volte il demone della notte mi ha sussurrato all’orecchio dell’anima: “Perché un errore dovrebbe penalizzare tutta la tua vita?” Non dovrebbe. La vita è fatta di scelte, di cadute, di rinascite.
L’abbandono del sacerdozio, per quanto “errore” possa essere visto da alcuni, era per me un crocevia, un punto di non ritorno che mi portava anche contro la mia volontà verso un nuovo inizio. E in questo nuovo inizio, i valori che lo hanno sempre animato non svaniscono, ma vengono testati, rafforzati, vissuti in un contesto diverso, forse più “laico” ma più vero.
Di fronte al dolore della vita terminale o all’impiccio della vita nascente, la strada più facile ci tenta tutti. Ma se le luci del sacerdozio si sono spente, è proprio in quel buio che la luce della coscienza – quella vera, quella radicata – può brillare con più intensità. Se ho scelto di abbandonare una vita di sicurezze e una promessa solenne, è proprio perché dentro di me sentivo un fuoco dormiente, un’esigenza di verità che non poteva più essere ignorata. E quel
fuoco è la stessa brace che alimenta il rispetto per la vita, anche quella fragile, anche quella scomoda.
Ho talmente chiaro questo che ho scelto pro-life “anche nell’inferno delle sicurezze economiche, nella solitudine più assoluta, nel deserto della mia vita. Mi sono ritrovato a fare forse la scelta più potente e vera della mia vita nel momento in cui mi sentivo più debole e sporco. Forse è
proprio vero quello che dice san Polo: è quando sono debole che sono forte”
Ed è lì che la credibilità della mia scelta può diventare innegabile. Si dice spesso che la scelta di abortire sia dettata anche da un contesto economico precario. Ma se quest’uomo, che sono io, quest’uomo ha perso tutto – il sostegno del clero, le prospettive di lavoro certe, la rete di
sicurezza – e ha la sua compagna al fianco in questa scelta coraggiosa, decide di abbracciare la vita, allora non c’è più spazio per dubbi o accuse di ipocrisia.
Quella non è più una scelta dettata dalla convenienza o da un residuo di un passato ormai lontano. È una scelta pura, radicale, nata dal profondo della coscienza, forgiata nel crogiolo della difficoltà. È la dimostrazione che i valori, quelli veri, non sono appesi a una tonaca o a un
conto in banca, ma sono scolpiti nell’anima.
È credibile? Assolutamente sì. È possibile? Non solo è possibile, ma è quello che è successo a me. È ipocrisia? No, è la verità più profonda di un uomo che, pur avendo percorso sentieri impervi e dolorosi, non ha mai smesso di credere nel miracolo della vita, e lo dimostra con i fatti, anche quando il mondo intero sembra voltargli le spalle.
Quello che dico non è una verità morale ma la testimonianza della mia vita.
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