I “bari” e il gioco d’azzardo


Da bambino mi intrigava questo dipinto:
“I Bari”, noti anche come “I giocatori di carte”. È un’opera di Caravaggio
Il dipinto ha come soggetto due giovani che giocano a carte in presenza di un “baro” che appoggia l’imbroglione. L’imbroglione è rappresentato di spalle, permettendo così allo spettatore di notare che sta estraendo alcune carte dalla tasca posteriore; dietro il tavolo c’è il giocatore; ancora più lontano si trova il “bravo”, intento a spiare le carte del giocatore.
Questa scena, così teatrale, descrittiva e realistica contiene tuttavia un monito morale, una condanna del malcostume, in particolare del “vizio del gioco”. Oggi lo conosciamo come il gioco d’azzardo patologico, «la nuova droga dei poveri», un fenomeno silenzioso e crescente, e i numeri parlano chiaro, 65% delle persone che fanno uso dell’azzardo regolarmente vive al di sotto della soglia di povertà. Sono i più deboli che si lasciano tentare dall’illusione di improbabili vincite: nei giorni del ritiro delle pensioni si registra un picco di giocate. A spendere di più sono le fasce povere della popolazione, che sono quindi più a rischio di ammalarsi e di finire nella spirale della dipendenza e dei debiti. È di fatto un sistema che aumenta le disuguaglianze. Il gioco d’azzardo patologico è rappresentato dal pensiero ossessivo verso il gioco, che comporta una perdita del contatto con la realtà, l’isolamento sociale e la sottovalutazione da parte del giocatore del rischio di perdita economica derivante dal gioco stesso: c’è chi trascorre gran parte della propria giornata alle slot machine o ai videopoker, c’è chi acquista “gratta e vinci” a iosa, c’è chi scommette i suoi “numeri vincenti” al Superenalotto, chi fa scommesse sportive per troppe volte a settimana Il gioco d’azzardo è un problema quando da passatempo diventa dipendenza. E quando diventa dipendenza è una malattia, che però si può curare.

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