#Pimonte tra vergogna e “scuorno”


«Se la camorra ha assassinato il nostro paese, “noi” lo si deve far risorgere, bisogna risalire sui tetti a riannunciare la “Parola di Vita”». Così scriveva don Peppe Diana pochi giorni prima di essere ucciso dai killer della camorra. Erano le 7,30 del 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico, e il parroco di San Nicola a Casal di Principe stava per celebrare la messa. In sagrestia venne avvicinato da una persona. «Chi è don Peppe?» chiese. «Sono io» fu l’immediata risposta di don Peppe. Poi 5 colpi di pistola. Aveva appena 36 anni. Impegnato coi giovani, i disabili e gli immigrati per i quali aveva anche aperto un centro. Nel Natale 1991, assieme agli altri parroci aveva firmato una lettera dal titolo “Per amore del mio popolo non tacerò”.

Esco allo scoperto dopo mesi di silenzio perché questa citazione biblica del profeta Isaia che il caro don Peppe aveva stigmatizzato come motto della sua pastorale mi inquieta e mi fa uscire allo scoperto. Insisto su questa metafora di “uscire allo scoperto” perché quando si prova una emozione forte come la vergogna, ci si nasconde. E’stata la prima emozione umana. Adamo si è nascosto quando ha scoperto di essere nudo. Più che usare il termine vergogna mi piace dirlo in termini dialettali, o’scuorno.

“Miettete scuorno!”, “Te vuò mettere scuorno?”, “Che scuorno!”, “Me piglio scuorno” sono solo alcuni dei modi di dire napoletani usati in situazioni spiacevoli in cui è stata commessa un’azione imbarazzante o confusa. Il termine “scuorno” indica la “vergogna”, anche se per i napoletani vi è una differenza sostanziale fra queste due parole. Mentre la vergogna è un sentimento personale che l’individuo può vivere anche in maniera privata senza che i conoscenti ne sappiano nulla, lo “scuorno” deve essere reso noto. La gravità dell’azione è tale che coinvolge più persone puntando l’attenzione sul colpevole.

Il sottoscritto sa di cosa parla perché ha vissuto “lo scuorno” sulla sua pelle e oggi scrive da Torino dove a causa dello “scuorno” ha dovuto e ha voluto emigrare. A Torino sono tornato a scuola, da un maestro sui generis, che mi ha insegnato il coraggio di avere coraggio. Di sapere da che parte stare, senza compromessi, senza essere cittadini a intermittenza. Lui insegna che non basta commuoversi, dobbiamo muoverci, non accontentandoci di quello che stiamo facendo. Dobbiamo avere sempre il morso del più. Con grande umiltà e determinazione. Non dimenticandoci mai di essere in società con Dio. Lui è socio di maggioranza e noi uno piccolo, ma se facciamo la nostra parte lui ci mette la sua che è immensa». (don Luigi Ciotti)

  1. Ero un prete, oggi sono un padre di una figlia. Ho provato “scuorno” e mi sono allontanato. Capisco il dramma di Tamara (nome metaforico che utilizzo per la ragazza 15enne stuprata dal branco) e dei suoi genitori che sono emigrati in Germania. Capisco “la bambinata” del sindaco. Capisco l’atteggiamento omertoso dei pimontesi. Capisco il silenzio del parroco. Capisco ma per amore del mio popolo non posso tacere. La vergogna è anche paura e quindi Michele Palummo che conosco molto bene è stato travolto da queste sue emozioni. Due emozioni che quando prendono il sopravvento fanno mentire e balbettare. Chi non vi è mai incappato? Ho trascorso buona parte della giornata con la mente e il cuore su questa vicenda e sulla tragedia del piccolo Gennaro, stroncato da un male a soli 16 anni. Non è una coincidenza di fatti. Oggi ho sentito forte il bisogno di gridare sui tetti la mia appartenenza e sentirmi figlio legittimo della mia terra. Mi chiamo Pasquale Somma di Stanislao e sono nato nel ‘78. Oggi #Pimonte ha conquistato il primato sui social proprio per la fatalità di questi due eventi. Un primato che il mio caro bel paese, fino a poco tempo fa sbandierava per l’orgoglio di essere il paese più giovane d’Italia per l’alto numero in percentuale di natalità. Come non può essere una coincidenza che a distanza di un anno esatto il paese viveva la doppia tragedia di una ragazza travolta in un incidente stradale in Germania e di un neonato trovato morto nella sua culla. Per non parlare di altre tragedie che nel giro di pochi mesi si sono consumate nel paese ai danni di giovani…non sono bambinate. Sono tragedie. Come quelle che negli anni ‘90 il nostro bel paese ha vissuto a causa della camorra stabiese che trovava nelle nostre montagne protezione e affiliazioni. E ancora, quanti giovani sono morti? E quanti figli sono nati, oggi giovani, che seminano paura e omertà? Chissà se i commercianti pagano ancora il pizzo. Chissà se si pippa ancora cocaina. Chissà quanti soldi i cittadini sperperano nelle macchinette e nelle bollette. Siamo anche figli di Maradona, che per carità è stato il più grande calciatore di tutti i tempi, ma da qui a dargli la cittadinanza onoraria ce ne vuole. Che bisogno c’era? A Napoli e dintorni è già un mito. Cazzarola…neghiamo la cittadinanza agli immigrati e a Maradona che non paga il fisco riconosciamo un’onoreficenza? Anche di questo, come napoletano “mi piglio scuorno”. Forse se impariamo a chiamare le cose per nome possiamo superare “lo scuorno”, l’imbarazzo, il silenzio, l’omertà e tutto ciò che questa emozione forte ha il potere di scatenare. Forse se usciamo allo scoperto ci vengono sulla bocca le parole appropriate per definire tragedie umane e sociali come queste. La vergogna resterà nel cuore di chi l’ha provata, impareremo a conviverci e sarà un giorno l’occasione per camminare a testa alta.
    Oggi leggendo #Pimonte nei tanti commenti sui social di tutta la nazione ho provato ancora questa terribile emozione e ho deciso di uscire allo scoperto dando voce anche a chi in questo momento si è nascosto.
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