La folla gridava: a morte il “nazareno”, vogliamo Barabba


Ieri come oggi. La storia si ripete e si è ripetuta nei secoli. E’ stata troppo forte la tentazione di accostare la vicenda della Passione di Gesù e Barabba a quello che è succede oggi. Sono troppi gli accostamenti linguistici: il popolo, il complotto, il tumulto, un rivoluzionario, il nazareno. Per onestà intellettiva, la fonte nei Vangeli non parla di nazareno (Cfr.Mt 26,36 46; Mc 14,32 42; Lc 22,40 46 39; Gv 18,1)
Il nazareno appunto, per fare un esempio, o patto del nazareno è un accordo politico siglato fra il segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, e il presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi, il 18 gennaio 2014 con gli obiettivi di procedere a una serie di riforme fra cui quella del titolo V della parte II della Costituzione, la trasformazione del Senato in “Camera delle autonomie” e l’approvazione di una nuova legge elettorale.
Il nome attribuito all’accordo deriva, per metonimia, dal toponimo del largo del Nazareno a Roma, nei cui pressi si trova la sede del Partito Democratico, luogo dove si è svolto il primo incontro dichiarato fra i due leader.
Tornando al racconto storico della Passione, vediamo una folla raccolta sul Litostrato, davanti al Pretorio di Gerusalemme, e da ora lascio a voi lettori ogni tipo di interprestazione e di commenti. La sagoma di Pilato era riluttante. Era uscito fuori per giudicare Gesù; il sommo sacerdote e i suoi colleghi che attendevano fuori, senza voler entrare, per non contaminarsi nella casa di un pagano, intanto avevano pagato la folla per aizzarla. La stessa in tumulto chiede la crocifissione perché era usanza a Pasqua liberare un prigioniero a scelta del popolo. I cultori di storia antica non amano soffermarsi su questa vicenda perché li mette in imbarazzo per le sue implicazioni religiose; quelli di storia delle religioni lo amano ancor meno, dato che, fino a pochi anni fa, andava di moda negare addirittura la storicità di Cristo ed equiparare il Cristianesimo ad uno dei tanti miti di salvezza orientali. Anche gli intellettuali che, in buona o in cattiva fede, si prostrano davanti all’unica religione oggi riconosciuta e osservata, quella dell’Olocausto, non amano soffermarsi su questo brano, perché in esso si dice – in modo fin troppo chiaro – che a volere fortemente, implacabilmente, la morte di Cristo, non fu Pilato, ma furono Anna e Caifa; non i Romani, ma gli Ebrei. E ancora, quel mattino, sul Litostrato, la folla raccolta per tumultuare davanti a Pilato doveva essere ben poca cosa, data anche la ristrettezza del luogo.
Quanto a Barabba, si è voluto farne un guerrigliero, un rivoluzionario, un combattente per la libertà della Giudea contro il dominio romano. Può darsi, non lo sappiamo. Tutto quel che sappiamo è che era un assassino: lo dice il Vangelo di Giovanni (18, 40); addirittura Mel Gibson nella sua “Passione” ne fa un comico! Resta il fatto che era capo di un movimento politico-religioso detto Zelota. Dicevamo che nella condanna di Gesù e, più ancora, nella scelta della folla di far liberare Barabba al posto suo, si compendia il mistero del Male nella storia umana: qui, infatti, vediamo, con la massima chiarezza e senza alcuna possibile attenuante, la scelta deliberata dell’ingiustizia, in luogo della giustizia; del male, in luogo del bene.
Da una parte, c’è un maestro spirituale che ha sempre predicato l’amore, la pace, il perdono, non senza rimproverare l’ipocrisia e la rapacità di coloro che si credono giusti: flagellato, coronato di spine, con indosso un derisorio mantello di porpora, “dono” di Erode Antipa (l’assassino di Giovanni il Battezzatore); dall’altra parte, un assassino. E la folla, richiesta su chi voglia che sia liberato per la solenne festività pasquale, sceglie, a quanto sembra senza esitare, l’assassino.
Non è stata la prima volta e non è stata l’ultima, questo è certo: è un compendio della tragedia della storia umana, così spesso guidata dalle forze oscure e così raramente, almeno in apparenza, ispirata dalle forze luminose.
Eppure, come è evidente, Gesù è andato incontro al suo destino a testa alta, senza tentare in alcun modo di sottrarvisi. Ciò significa che, qualsiasi cosa si pensi di lui e della sua natura, umana o soprannaturale che fosse, la scelta di Barabba da parte della folla non solo non è stata un incidente di percorso, ma rientra in un disegno generale, di cui l’arresto, la passione e la morte di Gesù – e, per i credenti, la sua resurrezione – rappresentano il momento culminante, ma in perfetta coerenza con tutto ciò che li ha preceduti.
Resta, dunque, la domanda: perché gli esseri umani preferiscono il male al bene? È una domanda che investe tutti, credenti e non credenti: la storia umana, sotto questo punto di vista,  non è che una monotona, sanguinosa galleria delle stesse brutture, della stessa, testarda ignoranza.
Spesso riversiamo le nostre frustrazioni esistenziali, gli insuccessi, le delusioni…aderendo a iniziative populistiche e seguendo falsi profeti e pseudo rivoluzionari.
Quando noi scegliamo il male e lo preferiamo al bene, non è perché non sappiamo riconoscerlo come tale: lo riconosciamo perfettamente; ma non abbiamo il coraggio di fare i conti con noi stessi, con la nostra verità interiore: e così cerchiamo di tacitare i nostri rimorsi buttandoci a capofitto nella strada più facile, quella che sembra presentarsi più comoda e agevole, quella che ci dà risposte immediate, quella che prende la pancia.
Da sempre gli uomini riflettono sul male presente nella storia e da sempre seguono la strada sbagliata per combatterlo: quella che passa attraverso l’imposizione agli altri, magari con la violenza, di ciò che essi ritengono essere il bene: è la strada seguita da cento e cento rivoluzionari, che volevano cambiare il mondo prima di aver provato a cambiare se stessi.
La sola rivoluzione seria è quella interiore e non consiste in una tecnica, ma in una conversione del cuore: dal cuore di pietra al cuore di carne, come dice Geremia (11,19).

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