Vangelo del giorno: La novità che spaventa


Marco 6,1-6
In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Siamo a Nazaret, villaggio collinare della Galilea. Gesù vi ritorna, non da solo ma con i suoi discepoli, dopo un itinerario di formazione che lo ha portato a conoscere Giovanni il Battezzatore nella valle del Giordano e a mettersi alla sua sequela, e a fare esperienza del deserto, delle tentazioni e dell’essenzialità, per quaranta giorni. È l’arresto del maestro e amico Giovanni che lo sprona a predicare con coraggio: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel vangelo” (Mc 1,15). Da allora in poi si muoverà lungo il mare di Galilea, tra una sponda e l’altra del lago, per chiamare a sé uomini e donne, per insegnare, guarire i malati e scacciare i demoni. L’unica tappa fuori dalla Galilea è Gerasa, nel territorio della Decapoli, dove Gesù, attraverso la guarigione dell’indemoniato, offre delle chiavi di lettura per affrontare la violenza del potente imperialismo romano che disponeva di legioni come di una forza di deterrenza, capace di reprimere i disordini e le rivolte, di controllare, umiliare e terrorizzare i popoli sottomessi. Gesù non combatte la violenza con la violenza, ma sa riconoscerla e nominarla, e con la sola forza della parola sa liberare un essere disumanizzato e simile a una bestia feroce e offrirgli un volto umano, capace di annunciare le meraviglie operate in lui.

Anche a Nazaret Gesù prende la parola e insegna. Senza alcun “successo”. Anzi, suscitando scandalo. L’evangelista Marco non ci rivela il contenuto puntuale della predicazione. È Gesù stesso e il suo rapporto vitale con il Padre il contenuto dell’insegnamento, basta ricordare l’incipit del libro: “Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio” (Mc 1,1). Qui incontriamo i compatrioti di Nazaret che riducono Gesù a quel che sanno e hanno sempre saputo: Gesù è il falegname incontrato quotidianamente per le strade e nella bottega, sua madre è Maria, i suoi quattro fratelli sono Giacomo, Ioses, Giuda e Simone, le sorelle vivono con loro. Gesù dunque appartiene a una famiglia conosciuta di osservanti ebrei, saldamente legata alla legge mosaica: tutti elementi che fanno pensare a un’esperienza di vita, quella di Gesù, lenta e silenziosa, semplice e nascosta, dedita al lavoro e profondamente inserita nel contesto sociale e religioso del suo villaggio. È in questo contesto così “banale” e ordinario che Dio sceglie di operare lo straordinario…

Perché dunque tanto stupore che sfocia nella diffidenza da parte dei nazaretani? Perché questa chiusura che manifesta incredulità nei confronti di Gesù? Essi sono incapaci di riconoscere che proprio Gesù, uno di loro, è il profeta inviato da Dio, che parla con sapienza e le cui mani compiono prodigi: è l’annuncio in parole e opere del regno di Dio, del sogno di Dio che sceglie l’umanità in un piccolo borgo sperduto della Palestina per rivelarsi nella sua potenza di novità. Il tempo dell’amore, del perdono e della misericordia di Dio è compiuto, Gesù lo annuncia con la sua presenza e prossimità, gli abitanti di Nazaret – e noi oggi – sono chiamati alla conversione, ad abbandonare le strutture di peccato che imprigionano e costruire relazioni basate sul servizio e la sollecitudine reciproca. E noi, sapremo fidarci del falegname di Nazaret?

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