Vangelo del giorno: #morte è vita


Matteo 25,1-13
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

“Nessuno vuole morire. Anche chi vuole andare in Paradiso, non vuole morire per andarci. Ma la morte è la destinazione finale di tutti noi. Nessuno può sfuggirvi. E così è giusto che sia, perché la morte è molto probabilmente una delle migliori invenzioni della vita. È l’agente del cambiamento. Spazza via il vecchio per fare posto al nuovo. Ora come ora il nuovo siete voi ma tra non moltissimo, gradualmente, diventerete voi il vecchio e sarete a vostra volta spazzati via. Mi spiace essere così duro, ma è la verità”. (Steven Jobs). Da quando è morto mio padre ho pensato spesso a questo mistero che spesso preferiamo non pensare e non vedere. Siamo scaramantici nei confronti dei trappisti che nel loro saluto rammentavano agli uomini “ricordati che devi morire”. Abbiamo paura della morte e cerchiamo di nasconderci. Dall’esperienza tragica della morte del mio papà che cadde da un ulivo a 59 anni cerco di vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo pensando spesso alla morte. Pensare alla morte credo che sia il messaggio fondamentale del Vangelo di oggi. Giovanni XXIII, fin da giovane, dedicava un giorno al mese per prepararsi alla sua morte. Metteva tutto a posto, e andava a confessarsi, come se dovesse morire il giorno stesso. Se la vita continuava, lui non aveva certo sprecato un giorno, ma ordinato le sue cose; se invece il Signore avesse voluto prenderlo con sé, lui era pronto. Aveva dell’“olio di riserva con sé”.
Certamente se iniziamo solo a pensarci ci assale l’ansia e l’angoscia per la morte. È inevitabile. Ma è efficace. Spesso ai giovani, nei momenti forti dell’anno o durante esperienze intense facevo scrivere il loro testamento. Diventava un momento profondo e autentico che per molti era difficile anche solo pensarci. Nella condivisione era arricchente per tutti sapere l’altro cosa lasciava perché poteva essere un motivo in più per lasciare qualcos’altro.
Ricordo di una visita al campo di Auschwitz- Birkenau con dei giovani volontari della lega Missionaria studenti dove più di una persona si era rivisto in uno dei volti dei detenuti del campo di concentramento identificandosi in quella esperienza di morte. Ricordo anche quando ho scritto il mio primo testamento all’età di vent’anni a Vallombrosa in Umbria durante un campo scuola. Il testamento iniziava così: “Io sono il figlio del re”. Ero nella consapevolezza che Dio mi amasse infinitamente e fosse lì ad aspettarmi. Ringrazio chi mi aiutó in questa esperienza a fare i conti con ciò che effettivamente è essenziale nella vita. Quando viviamo con la consapevolezza della morte le nostre scelte diventano autentiche, libere e coraggiose perchè seguiamo il cuore.
L’anno 1942 segnò l’inizio delle deportazioni di massa verso l’ est, attuate in modo sistematico per dare compimento a quella che era stata definita come la Endlösung, ovvero la “soluzione finale” del problema ebraico. Il 7 agosto Edith Stein, di cui oggi ricorre la memoria, venne trasferita con altri prigionieri nel campo di sterminio di Auschwitz- Birkenau. Il 9 agosto, con gli altri deportati, fra cui anche la sorella Rosa, varcò la soglia della camera a gas, suggellando la propria vita col martirio: non aveva ancora compiuto cinquantuno anni.
Edith fece un tormentato percorso di ricerca interiore per far maturare la sua appartenenza ebraica e per superare le incomprensioni fra scienza e fede. Lo fece attraversando gli anni bui della persecuzione razziale, diventando addirittura monaca carmelitana. Dal convento fu presa per essere uccisa in un campo di sterminio, solidale con il suo popolo.

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