Memorie: Terremoto Abruzzo


AVVENIRE: Marina Corradi. Onna, 17 Aprile 2009
L’imbrunire del decimo gior­no cala sulla tendopoli di Onna, epicentro del dolore d’Abruzzo. Fra le tende della Prote­zione civile allineate al millimetro, nel rumore del generatore di cor­rente che si mette in moto, gli sfolla­ti stretti nelle giacche a vento s’av­viano alla mensa. Tutto appare ordi­nato, decoroso, efficiente. Tutto sem­bra fatto al meglio da volontari e Pro­tezione civile che s’affaccendano o­ra laggiù, nelle cucine, mentre l’o­dore del sugo s’allarga nel campo. La gente siede ai lunghi tavoli e aspet­ta, paziente. Qui c’è chi ha perso due figli, ci sono madri che hanno perso bambini di pochi mesi. Fatichi a guardare in faccia chi ti sta davanti, come in un senso di confusa vergo­gna. Ma donne, uomini, vecchi tac­ciono in un dolore composto. I bam­bini, fino all’ultimo se ne restano fuo­ri, attorno a un biliardino. Poi quan­do arriva la pasta tutti prendono a mangiare, e qualche parola comin­cia a incrociarsi fra i commensali: sul freddo della notte, sui parenti, giù a Pescara. Educate normali parole, cer­cando di vivere ancora. Lo spezzati­no, la frutta, è tutto buono. «Anche il dolce?», sorride una donna anziana, quando arriva del panettone. Un ra­gazzo fa una battuta, i vicini ridono. E tu che guardi, che sai quanti figli e quanti padri sono rimasti sotto le ro­vine del paese morto, a duecento metri da qui, pensi che davvero sba­lorditiva è la speranza, negli uomini. Onna è in cenere, ma chi è scampa­to è qui a tavola, e anche se ha perso tutto sembra voler mangiare, dor­mire, e alzarsi ancora, domattina. Antonella, paffuta, sui trentacinque anni, quella notte aveva il marito, malato, in ospedale. Alla scossa del­le undici di sera è venuta dai genito­ri a Onna, e ha convinto la madre a dormire con lei nella casa nuova, non ancora finita, accanto a quella di fa­miglia. Così si sono salvate. La vec­chia casa non c’è più. Si è salvato an­che lo zio Tonino, che alle due senti­va i cani abbaiare, ululare, e si è af­facciato, ma nessun estraneo passa­va. Quella notte, racconta Antonella ora a voce più bassa, quasi fosse un ricordo che ha paura di risuscitare, d’improvviso un boato oscuro, come un tuono dalla terra, e poi il letto che sussultava, e le pareti che si scuote­vano; e, da fuori, gli schianti, e il fra­nare delle macerie. E poi ancora, peggio di tutto, il silenzio: «Un asso­luto silenzio, sarà durato due minu­ti. Mentre si alzava una polvere bian­ca come fumo, e dalla finestra non si vedeva più niente. Allora, solo allo­ra, le prime urla di chi invocava aiu­to ». E ora Antonella oltre al marito malato ha la casa distrutta, e i suoi vecchi che dormono in questa ten­dopoli dove già nella prima sera si insinua un soffio d’aria fredda e umida. Eppure lei parla, e sorride. Racconta di quel bellissimo piccolo giardino che meraviglia chi s’inoltra fra le ma- cerie. Un angolo salvo come un’oa­si, pieno di fiori, in mezzo alla fine del mondo. Era, spiega, il giardino della Tina, la fornaia. Per tradizione ogni anno,la domenica delle Palme, tutto il paese si riuniva in quel giar­dino, con l’ulivo benedetto in mano. Anche il 5 aprile, c’era anche lei. I tu­lipani sono lì, rossi, intatti. La signo­ra Tina è morta. E quei due vecchi che vedi mangia­re a capo chino, assorti, hanno per­duto un figlio di vent’anni. Alla pri­ma scossa il ragazzo ha voluto anda­re a tenere compagnia alla nonna, nella casa accanto. Sono morti in­sieme, nonna e nipote. Sono salvi i genitori, straziati, muti. Chi è stato preso, e chi è stato lasciato. Ma una singolare forza, possente, an­tica, emerge tra la gente. Don Pa­squale, il prete venuto da Castella­mare di Stabia per aiutare il parroco di Onna, don Cesare, racconta di u­na madre che qui ha perso due bam­bine. «Mi ha detto solo: ‘Reverendo, io ho affidato il mio dolore a Gesù Cristo’. Io, ammutolito, non ho po­tuto replicare niente. Che cosa do­vevo aggiungere? Quella madre ave­va capito tutto». Quanto a questo giovane sacerdote, don Pasquale Somma, trent’anni, è a sua volta una figura che si resta a guardare, che si segue con lo sguar­do in questo tendone affollato di gente e gonfio di dolore. Alle sei, o­gni sera, dice messa qui nella men­sa, su un tavolone da cucina arran­giato ad altare. Cinquanta almeno i fedeli, cinquanta in fila per la comu­nione, in una tendopoli di trecento persone. Poi, più tardi, mentre tutti mangiano, le stesse mani del ragaz­zo che ha distribuito l’eucarestia, in­dossati i guanti di gomma, ritirano fra i tavoli i piatti sporchi. Il prete ra­gazzo sorride. Lo guardano gli sfol­lati, lo inseguono con la coda del­l’occhio, come cercando risposta a qualcosa che li interroga, e stupisce. Don Pasquale è venuto, dice, «spin­to da quattordici dei ragazzi della mia parrocchia Mi hanno detto: ci hai sempre esortato a sporcarci le mani con la realtà. Andiamo adesso, cosa aspettiamo?» E sono arrivati. Don Pa­squale si è portato delle casse di bottiglie di rosso della sua ter­ra. Perché, dice, è im­portante, dopo cena, che davanti a un bic­chiere la gente parli, che sciolga quel gru­mo duro di dolore nel petto. È importante, che la faccia di un uo­mo li stia ad ascolta­re. Lo dice un’altra giovane sfollata, Sa­brina: «Se non fossi qui, starei peggio. Perché qui, se piango, gli altri capiscono perché piango, e non sono sola.L’importante, è non essere soli». Le nove e trenta, diversi cellulari suo­nano. Poco lontano da qui si è av­vertita una scossa, i parenti chiama­no. «Ma lo sapete – gira la voce tra i tavoli – che su Internet han detto che stanotte ci sarà una scossa fortissi­ma? ». Leggenda o sciocchezza, la no­tizia percorre la mensa. La paura non vuole ancora finire. Ma le tende, al­meno, non possono crollare. Le ma­dri prendono per mano i bambini e li portano a dormire. Se li terranno vi­cini, ben stretti, abbracciati.

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