La Chiesa c’è. Per amore del mio popolo non tacerò


Nella foto di Annalisa Donnarumma: Campo estivo di volontariato in Albania 2007. Don Michele di Martino con t-shirt bianca insieme a mio padre Stanislao con gli occhiali, accanto a zio Saverio, fratello di mamma e Giovanni un altro volontario

Oggi è la chiesa celebra la Solennità della Domenica di Pentecoste.
Una festa a cui sono particolarmente legato da quando ero parroco delle parrocchie Spirito Santo e Santo Spirito, entrambe a Castellammare in due rioni che erano spesso stati rivali per la criminalità locale. Questa festa per circa tre anni è stata l’occasione per metterle insieme. Organizzammo l’estate “Sottosopra” nel 2010. Si incontrarono i bambini di Scanzano con i bambini dell’Acqua della madonna. Fu bellissimo. Questa premessa mi è utile per sottolineare la presenza attiva e propositiva della chiesa nei nostri territori martoriati dalla malavita organizzata.

“Per amore del mio popolo non tacerò!”, è la lezione che ci ha lasciato don Peppe Diana, un sacerdote che amava la propria terra ed il suo popolo.
Ventisei anni dopo il suo assassinio a Casal di Principe, ad opera del clan dei casalesi, di cui ampiamente parla Roberto Saviano, continua la necessità di non tacere in nome di un popolo che continua a subire la camorra.

“Bisogna avere pazienza ed incalzare con umiltà e, non ti sembri strano, insegnare ad essere non solo sensibili, ma presenti. Dobbiamo partire da qui! Un morto ammazzato ti fa perdere la serenità e inquieta un’intera comunità, specie quando quel morto è un ragazzo. Bisogna cambiare modo di essere prete e parroco, perciò ci vuole pazienza. Per “muoversi” bisogna “commuoversi” per quello per cui vuoi che ci si muova”. Questa è stata la risposta alle mie riflessioni di don Michele Di Martino, pimontese di nascita anche lui, rettore al Seminario Minore di Scanzano quando i clan D’Alessandro e Imparato si facevano la guerra e i figli dei ras frequentavano la scuola in seminario. Don Michele, per mia fortuna, l’ho incontrato anche come insegnante e vice preside al liceo “Plinio Seniore”, mi ha accompagnato ai campi di volontariato in Albania e l’ho accompagnato come suo vice negli ultimi anni della sua avventura a Castellammare nella chiesa del Carmine.

La nostra chiesa locale in questi giorni ha fatto sentire la sua voce, e non si poteva fare altrimenti, prima con il comunicato stampa del vescovo Alfano e poi con la lettera aperta dei sacerdoti dell’unità pastorale gragnanese con a capo don Paolo Anastasio, il giovane parroco della zona dove si sono consumati i fatti dell’omicidio di Nicholas. La parrocchia di san Leone di Gragnano è il riferimento delle strade di via Vittorio Veneto, dove Nicholas è stato ucciso, e via Pasquale Nastro, dove i parenti del ragazzo ucciso hanno cercato di vendicarlo.
Nella lettera leggiamo: “La morte di Nicholas e gli eventi successivi ci hanno risvegliati di colpo, sbattendoci in faccia la realtà in cui siamo: una morte del genere avvenuta in pieno centro, tra i palazzi di Via Vittorio Veneto, in modo tanto violento, è un duro colpo per l’intera comunità… E proprio lì, in un luogo simbolo per noi: a pochi passi dal Municipio, a un tiro di sasso dai campetti dell’oratorio, all’ombra dei nostri bei campanili? Forte è il dolore per la morte prematura, anzi, del tutto acerba di un figlio neanche maggiorenne. Grande è lo sgomento per la possibilità che si ripetano altre violenze, nella spirale vorticosa della voglia di vendetta. Ma ancor più profonda è la preoccupazione per i giovani, tutti i giovani della nostra città che, ora come ora, sono “a rischio contagio” ”.

Don Peppe è stato un profeta dei nostri tempi, nel senso che ci ha anticipato un modo di essere chiesa su territori dove comanda la camorra. “Non si è limitato a denunciare il male della camorra, ma ne ha messo in luce le basi e le possibili vie di guarigione con una forza e una lucidità uniche e rarissime in quel periodo in cui a Casal di Principe imperversava il feroce clan dei Casalesi. ….. Lui ci ha insegnato a non essere spettatori passivi ma artefici del nostro cammino seguendo le strade della verità e della giustizia.” (V.M. della scuola della legalità fondata in onore di don Peppe).
Cambiare modo di essere prete e parroco significa proprio questo! Si deve non solo “far memoria delle vittime di mafia” e celebrare liturgie per quello ma soprattutto testimoniare con azioni chiare e concrete per combattere a viso aperto la criminalità organizzata.

La Diocesi qualche anno fa diede delle indicazioni pastorali a riguardo vietando ai camorristi di fare da padrini per il sacramento della Cresima. Questo è un esempio di come perseguire la GIUSTIZIA SOCIALE, troppo spesso assente nelle nostre comunità!
E’ ormai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili e, ahimè, la corruzione, che in questi anni ha toccato le giunte insediatesi sul territorio, ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La camorra riempie il vuoto di potere dello Stato ed è caratterizzata da corruzione, favoritismi e molti altri mali. Non è possibile votare un candidato all’amministrazione della cosa pubblica in vista di riceverne un tornaconto personale come può essere un lavoro, una sanatoria … un DIRITTO che diventa un PIACERE, insomma.
Se oggi la politica è quella che è, la responsabilità più grande e più grave è nostra, da una parte perché siamo travolti in questo vortice “corrosivo” e dall’altra perché ce ne laviamo le mani senza impegnarci a cambiare le cose!
Le nostre comunità hanno bisogno di nuovi modelli e nuovi punti di riferimento onesti, appassionati e soprattutto credibili!
I giovani hanno bisogno di conoscere chi era don Peppe e quelli che come lui sono morti o rischiano di morire in nome della GIUSTIZIA SOCIALE.
Perché i riferimenti giovanile di oggi sono Genny Savastano o Ciro Di Marzio e non Falcone o Borsellino? Perché dove c’è mancanza di regole, di diritto — scriveva don Peppe — si affermano il non diritto e la sopraffazione”.

Pasquale Somma




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