Nello slum di Nairobi in Kenya


Dal giornalino parrocchiale FONTANA GRANDE del 28 dicembre 2011

Nairobi è circondata da una cintura di baraccopoli (slums) che occupa circa l’80% del territorio della Città. Su una popolazione di circa quattro milioni di abitanti, ben più della metà abitano in strutture fatiscenti, baracche di lamiera e cartone in zone prive di luce elettrica e reti fognarie.

Il numero continua adaumentare a causa del forzato esodo dalle campagne per l’emergenza Corno d’Africa, lanciata dalla Caritas. In questo contesto di degrado sociale e umano mancano le infrastrutture e i presidi sanitari. Negli slums la disoccupazione raggiunge tassi allarmanti e gli abitanti di questi quartieri vivono di espedienti per procurarsi il cibo, ma la maggioranza non riesce a rispondere ai bisogni primari soprattutto dei bambini. Mentre il nostro governo in Italia ci riempie di tasse, in Kenia non ha nemmeno la forza di assicurare un pugno di riso.

Nel disagio le malattie colpiscono la quasi totalità delle abitanti delle baracche, le ragazze e le giovani spesso si prostituiscono per sopravvivere, mentre i ragazzi vivono nelle discariche, sniffano droga e delinquono per procurarsi del cibo. Se mai ci si domandasse come è l’inferno, consiglio un giro a piedi nello slum di Korogocho, dove non ci sono strade asfaltate e segnali stradali, dove calpesti fango ovunque metti piede, dove i bambini a piedi nudi e vestitimale guazzano spensierati nelle fogne all’aria aperta, dove la parola casa è una baracca fatiscente di mazze e lemiere, un tugurio, una caverna. Direi che la parola gumnos ha scoperto le sue origini.

Bambini ovunque, vestiti male, con canottierine, magliette stracciate o bucate e sporche di fango; altri hanno i pile,o sono nudi, senza vestiti. Bamini che hanno le mani sporche di liquame e ti auguri di non venirci a contatto quando passi. Un uomo dalla pelle bianca è una festa per loro. Allora non puoi proprio tirare la mano quando vogliono battere il cinque.

La nostra mano bianca, pulita, curata e delicata si sporca, puzza e il piccolo africano sorride non tanto perchè ti ha sporcato ma perchè fai intendere di essere uno diloro. E quando a San Martin, dove l’associazione Giacomogiacomo onlus, porta avanti un progetto di scolarizzazione e grazie alla quale ho potuto fare questa esperienza, siamo stati invasi da una folla osannante di bambini mi sembrava di impazzire. Bambini ovunque, davanti e dietro, nella mano destra e in quella sinistra, appesi al collo, nei vicoli e sulle finestre, sui marciapiedi e nelle baracche, nel fango e nelle pozzanghere, felici e contenti di averti in mezzo a loro. Non c’era spazio per giocare, quel rettangolo di terreno era un’arena dove i lottatori in fila cercavano un semplice contatto fisico. Sono vogliosi di accarezzarti la pelle pelosa come se fossi un morbido peluche. Sono curiosi di esplorarti le mani, la bocca, le orecchie e i capelli.

Ti toccano le braccia e i polpacci come ammirati. Il mondo dei neri si è fuso con quello dei bianchi. Non ti senti diverso.


…E anche quando in un cortile di una chiesa africana, vinci per due volte di seguito, non ti inorgoglisci, perchè ti sei divertito tanto in campo e hai sentito il tifo fuori dal campo. Gumnos ha trovato poi la sua casa. Un cancello separa l’inferno dal
paradiso, un’oasi di bellezza, accoglienza,pulizia, purezza di cuore e di amore, dove si realizza- no le parole di Gesù: “lasciate che i bambini vengano a me”. La mis- sione delle Suore di Madre Teresa di Calcutta. La risposta agli sms inviati a mia sorella Annamaria per raccontarle qualcosa di questa esperienza è stata diretta e di un sapore dolcissimo: “Il Signore ti sta preparando per la mia partenza. Questa è la mia vita”. E’ proprio vero. Ci sono donne che parlano con i gesti. Le sisters dal saio bianco con le strisce azzur- re sono un vangelo in movimento. Si piegano sui più poveri dei poveri per dissetare quella sete di Gesù che poi è soprattutto la nostra. Vederle in azione è davvero contemplare l’amore di Dio. Un amore che non è solo attivismo, e fare, ma gesti che sono frutto di una intensa vita intima con Gesù.
Il giorno dei Santi Martiri Innocenti, il 28 dicembre, alle ore 15.00 è successo qualcosa di bello, anzi bellissimo. Nell’inferno è sbocciato un fiore. Al cancello delle
suore un bambino sui 5 anni, aveva tra le mani un fagottino che, appena aperta la porta, ha
lascito per terra ed è scappato via.
E’ una bambina appena nata. Che gioia, entusia- smo, pace, vita, Innocenzia, così è stata chiamata, ha portato in quell’angolo di Paradiso. E proprio sister Innocenzia, responsabile dell’area dove sono accolti i bambini disabili, l’ha presa tra le braccia ed i suoi occhi erano pieni di felicità. Anche questa volta la vita ha trionfato sulla morte. Se il nuovo anno inizia sotto questi auspici che, con occhi purificati dai bambini, leggiamo come “divini”, guardiamo avanti con speranza a dispetto, di ogni crisi reale o indotta, di ogni sconfitta personale o di gruppo, di ogni dubbio e di ogni egoismo.
Da sempre la Chiesa ha supplito l’assenza dello Stato in problematiche sociali. E se questa è la Chiesa che ci rappresenta allora dobbiamo riprendere in mano i libri di Teologia per imparare. Ma certe cose non le troviamo scritte nei libri, forse un giorno qualcuno le scriverà e i bambini di qualche scuola in costruzione oggi, domani le impareranno. Lottiamo con con coraggio affinchè l’educazione possa essere uno strumento di libertà, veicolo indispensabile per l’acquisizione di autonomia, indipendenza e dunque identità e dignità di persona. Per libertà s’intende la consapevolezza di essere persona unica, originale e irripetibile, inserita in un contesto sociale, culturale e politico. Considerando però la politica come espressione alta e genuina dell’amore per il proprio paese, potendo così offrire ai piccoli che diventeranno grandi la possibilità di scegliere per una vita migliore.

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