L’intervista completa sulla mia paternità


Questo mese Fiorangela D’Amora mi ha chiesto di raccontare per il giornalino COMUNICARE IL SOCIALE il “cambiamento della mia paternità” http://www.comunicareilsociale.com/wp-content/uploads/2020/03/NUMERO-3-bis_web.pdf pag. 9 e qui di seguito riporto il testo integrale:

Da bambino, con la mia sorella maggiore giocavamo a imitare mamma e papà, adottando la terza sorella come figlia. Sin da bambino sono stato affascinato dalla paternità. Il mio modello di riferimento era mio padre. Un omone, buono e allo stesso tempo severo, di poche parole e di molti fatti. Mi piaceva imitarlo e mi piaceva trascorrere del tempo con lui a fare qualsiasi cosa: in campagna, al bar, allo stadio, al campo…mi bastava prendere le chiavi della sua auto o infilare i piedi nelle sue scarpe per sentirmi come lui. Questa premessa mi è stata utile per comprendere e accettare la mia paternità biologica. È vero quello che dice Massimo Recalcati: il padre non è lo spermatozoonon è il genitore biologico dei suoi figli. Per parlare di padre occorre specificare che all’atto biologico deve affiancarsi un atto di adozione della vita del figlio: occorre un gesto simbolico di riconoscimento del padre che dice al figlio “tu sei mio figlio,  “io ho con te un rapporto di responsabilità illimitata, perché la tua venuta al mondo ha reso il mondo diverso“. Per me la paternità allora, oggi più di ieri rappresenta una dimensione spirituale più che biologica. 

Quando sono diventato il papà di mia figlia “facevo il prete”. Mi piaceva quello che facevo, ero amato da tanti, ero carismatico, mi dedicavo anima e corpo agli altri, agli emarginati soprattutto, ma mi mancava qualcosa. Ero entrato in seminario all’età di 10 anni, in prima media. Fu una mia scelta. Un’altra figura di padre mi aveva affascinato, il mio parroco, e volevo imitarlo. Così è stato in seguito, tante figure di padri mi affascinavano. Cercavo in loro ciò che era in me. Per tanti e tante sono stato un padre, nel senso che rappresentavo un riferimento sicuro e di protezione, un volto umano della legge divina che distribuiva perdono e buoni consigli di vita. Ecco allora che la dimensione spirituale non è mai mancata ed oggi mi permette di essere il papà di mia figlia. Ciò mi fa sussurare, allora, che sono prete per sempre, anche se ho smesso fi “fare il prete”. Celebrazioni, giovani, attività pastorali e quant’altro assorbivano il mio entusiasmo e le energie soprattutto nei primi anni di sacerdozio. Sperimentavo spesso una sensazione di “distributore di sacramenti”: messe, funerali, processioni, matrimoni, battesimi; il tutto possibilmente come da richiesta più per soddisfare i bisogni dell’apparenza che quelli della fede. Questo mi svuotava quando poi facevo i conti con la realtà fatta di quotidianità. Spesso apertamente raccontavo le mie fragilità affettive che credo siano naturali, come la mancanza di una donna da amare e un figlio da accudire. Il celibato, nonostante mi sforzassi di vivere la radicalità del Vangelo, passati i primi anni di sacerdozio era diventato troppo pesante. Ero stato educato a non avere una famiglia, una moglie con cui mangiare, parlare, dormire; né dei figli, che mi salutassero e baciassero ogni sera, al ritorno dal lavoro. Tutto questo ha iniziato a mancarmi. Tutto questo oggi è per me straordinario. Certo avevo una parrocchia, e tante bellissime relazioni da padre spirituale. Ma quanti cambiamenti capitavano. Quanti abbandoni. Oggi in una parrocchia, domani in un’altra. Poi da ragazzo, in seminario assistevo a tanti sacerdoti anziani. Quella loro solitudine mi spaventava, eppure vedevo in molti quella stessa forza che doveva averli accompagnati quando erano alla guida, cioè al servizio, delle loro comunità. I sacerdoti finiscono spesso nella solitudine più nera: hanno servito tutti, ma non hanno qualcuno che li tenga con sé, un figlio che “restituisca” loro ciò che ha ricevuto. Mi sono messo in discussione e ho cercato di affrontare questa crisi facendomi aiutare lontano dalla mia diocesi. Dopo diversi anni poi ho maturato la scelta di lasciare e accogliere la nuova avventura di essere papà. Non è stato facile. Io ed Elisa abbiamo deciso che la vita venisse prima di tutto e questa creatura andava accolta. È stato come avvertire un passaggio improvviso di Dio nelle nostre vite, quasi che lui volesse creare qualcosa di nuovo e diverso dalle nostre povere esistenze. Questo amore, giudicato e incompreso, hagenerato la vita di nostra figlia Anna Maria. Anna come mia mamma, Maria come la mamma di Elisa. Siamo andati via dal nostro contesto sociale e un prete, don Luigi Ciotti, ci ha aperto le porte di casa sua. Oggi viviamo e lavoriamo al Gruppo Abele e siamo parte integrante di un progetto di Libera. In maniera profetica, Luigi, più volte ha ribadito che il ministero continua. Faccio della relazione d’aiuto la mia professione come counsellor. Da quando sono papà ho smesso di dire “io”, e ho imparato a pronunciare “noi”. Oggi sentiamo ancora di appartenere a Dio, in un progetto grande. E credo che ognuno lo è nella misura in cui si accorge di essere amato. Ho cercato di ordinare le emozioni e i valori che man mano ho provato da quando sono diventato papà. E la prima che ha riempito quel vuoto esistenziale è la tenerezza. Quando Anna Maria è venuta alla luce e l’ho accolta tra le braccia ancor prima della mamma, un pianto di gioia ha bagnato le mie ferite e quella immensa tenerezza continua ad alimentarmi. Ho imparato a cambiarle il pannolino, a lavarla, vestirla, nutrirla, pettinarla…insieme trascorriamo tanto tempo. Giochiamo i giochi più svariati, facciamo i puzzle, coloriamo, balliamo, andiamo in bici, leggiamo storie…cose che non avevo mai sognato né progettato. Eppure mi vengono naturali. Come tanti padri, sperimento la frustrazione di porre limiti. Un padre ha anche il ruolo normativo di dare regole e farle rispettare. Sono convinto che le regole e i “no”, servono e aiutano a crescere. A volte mi sento anche ridicolo quando cerco di motivare spiegando delle regole condivise con Elisa. Mi sento ridicolo nel bere i caffè che Anna Maria mi prepara, e nel mangiare la pappa che non c’è. Eppure so che tutto questo anche se sembra non avere senso fa parte della storia meravigliosa di un padre e di sua figlia.

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