E’ una questione di viaggi, siamo tutti stranieri


Sono emigrato la prima volta all’età di 11 anni dal mio paese d’origine, Pimonte, alla città di Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli, per entrare in Seminario minore. Il mio primo viaggio l’ho fatto in prima media nel gennaio del 1990, a Torino, dove, per ironia della sorte, vivo attualmente. In quel periodo, stando già in seminario, ho viaggiato molto, Malta, Germania, Austria, Francia, Spagna. Poi, sempre da ragazzo, sono venuto a contatto con i coetanei albanesi, sbarcati da poco in Italia. E proprio lì ho iniziato a curiosare nel viaggio. Persone che decidono di lasciare il loro paese, la loro terra per svariati motivi, per tempi lunghi o brevi, temporanei o definitivi. All’inizio osservavo il viaggio degli altri verso di noi: è la realtà dell’immigrazione. Poi ho iniziato a considerare la possibilità che fosse una realtà che appartiene anche a me. Qualche anno prima di diventare prete, mi sono lasciato accompagnare nei campi estivi di volontariato in Albania con la caritas diocesana. Li preferivo ai campi scuola statici dell’azione cattolica. E quindi successivamente, per 10 anni, ogni estate sono diventato organizzatore di campi di volontariato in Albania, con l’obiettivo di sollevare e soccorrere un popolo in difficoltà. Ma l’Albania era anche un Paese affascinante, con i suoi monumenti musulmani e la sua architettura sovietica che ha saputo preservare il suo patrimonio variegato anche attraverso le guerre. Tutto questo contesto è necessario per capire che l’odissea del popolo albanese è stata lunga e ardua. Attraverso l’orgoglio, la forza, il patriottismo, il conservatorismo e la perseveranza del suo popolo, l’Albania è sopravvissuta ai vicini spietati e ad un destino crudele, senza mai chinare la testa. Eravamo animati da valori cristiani e formavo i giovani sulla differenza tra filantropia e cristianesimo. Carità e filantropia non sono sinonimi, anche se parlano ambedue del medesimo oggetto, e cioè l’uomo e la donna nel bisogno, tenendo presente la vasta tipologia di bisogni e di povertà nelle diverse condizioni di vita. Perlopiù era la compassione che ci faceva accorgere dell’altro e ci rendeva sensibili alle sue esigenze e ai suoi bisogni. Il cristiano fa altrettanto e ancora di più, perché sa di trovarsi non solo dinanzi ad un suo fratello per fede e per destinazione, ma dinanzi ad una presenza “mascherata” del suo Dio. Basta ricordare certi pronunciamenti solenni di Gesù come: “Amatevi come io vi ho amato”, “Ogni aiuto che avete dato ad uno di questi piccoli, l’avete dato a me”, “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero straniero e mi avete accolto. Questa attenzione ai “poveri” ha quindi, nel pensiero di Gesù, una motivazione più profonda della compassione razionale, perché il povero che viene aiutato è Dio stesso, che ama “mascherarsi” da povero e viene come tale a provocarci; anzi alla fine della vita ci giudicherà addirittura sulla risposta a questa provocazione. 

E così anche quando è iniziata la mia crisi sul celibato nel 2012, sono emigrato a Roma e insieme ai gesuiti ho continuato a viaggiare, in Kenia, in Cina, a Cuba, in Romania…animato sempre da motivazioni cristiane ma con approcci diversi, nuovi. Iniziavo a realizzare che il mio viaggio si stava evolvendo, con gli anni era maturato anche qualcosa in me nell’approccio con lo straniero. Allora iniziavo a considerare che il viaggio implicava un incontro, positivo o negativo, simmetrico o asimmetrico con l’altro. L’in-contro è scoperta di qualcosa altra da noi, è comprensione di questa differenza ed interpretazione, è costruzione di un’idea che mi rappresenta l’Altro. Nasce da una identità. L’incontro permette di guardare se stessi e la propria cultura con lo sguardo dell’altro, è un’esperienza che aiuta a costruire la propria identità, arricchendola di punti di vista, memorie, pensieri. Ho iniziato a considerare la sfida della multiculturalità: negli ultimi decenni il susseguirsi dei flussi d’immigrazione mi ha portato a ripensare le interrelazioni tra le minoranze portatrici di diversità culturali e la società che le accoglie. 

Quando, poi ho creduto di aver risolto i miei problemi sul celibato, sono tornato nella mia terra e mi sono di nuovo innamorato e questa volta la mia amata era rimasta incinta ed è stato ancora necessario emigrare. Il mio viaggio questa volta è stato appunto dettato da una necessità, da un bisogno. Dovevo cercare un lavoro e una dimora dove far nascere mia figlia e costruire la mia famiglia. Don Ciotti ci ha accolti, ci ha dato una casa e un lavoro. Ha valorizzato la mia esperienza ed io ho trovato la mia dimensione di uomo e di professionista in una casa chiusa di esercizi spirituali dei gesuiti che abbiamo aperto con il gruppo Abele per accogliere uomini e donne migranti da ogni parte del mondo. Oggi, insieme alla mia famiglia, viviamo con donne nigeriane, donne ucraine con figli, famiglie afgane, armeni, curdi, donne che scappano da contesti malavitosi del sud Italia. Oggi, alla multiculturalità, termine che descrive una realtà sociale caratterizzata da diverse culture che coesistono insieme, si affianca il concetto di interculturalità, che è la direzione da percorrere, la risposta, il progetto da costruire. La multicultura è tolleranza: chi tollera mantiene distinzioni e separazioni tra le culture. Tollerare è una sorta di mancata repressione di comportamenti ritenuti dannosi o sbagliati.

L’intercultura, al contrario, è una negoziazione: le culture che si trovano faccia a faccia si trovano a partecipare attivamente per una scelta comune e condivisa. Conoscere l’Altro significa prendere coscienza di ciò che ci accomuna e ciò che ci rende diversi, permette di prendere le distanze dagli iniziali pre-giudizi, tanto naturali e utili per la mente umana quanto pericolosi e micidiali se cristallizzati e non messi in discussione.

Riflettere e ricercare in ambito interculturale significa, oggi, porsi nell’ottica di un processo di lunga durata, destinato a trasformare profondamente istituzioni, panorami, atteggiamenti individuali e collettivi, in modo sempre più imprevedibile, rendendo indispensabile una “interculturalizzazione del mondo”. Il compito di facilitare la formazione di un nuovo modo di pensare e di pensarsi, di porsi in relazione e quindi di interagire, è affidato, oggi più che mai, all’educazione, la quale deve accompagnare il soggetto lungo tutto il corso, o meglio, il percorso della propria vita. È proprio lungo questo viaggio “d’eterni pellegrini”, quali siamo, che ciascuno verrà inevitabilmente a contatto con gli “altri”, i quali potranno essere visti come portatori di differenze invalicabili oppure come compagni di un cammino comune caratterizzato da un “confronto” che si trasforma in “incontro”[1]


[1] S. Amendola, Lo straniero che è in me. Pedagogia per una società multiculturale, Photocity 2013.

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1 Commento

  1. Gianpiero diacono
    Maggio 13, 2024
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    CARISSIMO PASQUALE,
    TI RISPONDO SENZA SAPERE COSA SCRIVERTI E… PERCHE’…! ! !
    TI SCRIVO IL 13 MAGGIO… E QUESTA DATA E’ MOLTO PIU’ SERIA DI QUANTO POSSO SCRIVERTI…: E’ IL SEGNO DI MARIA … E’ LEI L’UNICA DONNA CHE SA BENISSIMO CIO’ DI CUI TENTO DI PARLARTI STAMATTINA…! MARIA… LA VOCE DELLA VERITA’…!!!
    CIAO PASQUALE… TI SALUTO UMILMENTE E PREGO IL SIGNORE DI NON DIMENTICARCI DI NOI…!!! P A C E . . . GIANPIERO (diacono)

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